Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Esistono persone che fanno di tutta la loro vita la dedizione a una causa, senza stancarsi, né distarsi mai. Esistono persone che si sono consumate per il bene di una comunità senza badare a sacrifici, dando quasi l’dea di aver chiuso i propri orizzonti su cose troppo semplici. È così per una mamma nei confronti dei suoi figli, è così per una suora rispetto alla sua causa, è così per un atleta, per un volontario, un poeta o uno scrittore. Passano alla storia per aver fatto una cosa sola, ma in maniera eccellente.
È così per quella profetessa di nome Anna, molto avanzata in età che sbiascica preghiere tutto il giorno negli atri del tempio. Gli altri passano decisi, motivati, vanno subito a segno, al tesoro per fare offerte o alle bancarelle per cambiare danaro o all’altare per rivolgersi ai sacerdoti o sotto i portici per discutere. Lei non si allontana mai, non ha fretta, serve Dio giorno e notte. Digiuna, permette al suo corpo solo il necessario per stare sempre dalla parte dell’essenziale; prega, si affida a Dio, mentre tutti corrono indaffarati. Sa di doverlo aspettare, non basta una vita per attendere il Salvatore.
I suoi antenati hanno continuato a invocare e lei si mette su questa scia. Conosce i profeti a memoria; sa di dover chiedere al Cielo che si apra per mandare la rugiada della salvezza e attende. Finché appare il bambino tanto atteso e, quando lo vede portato da Maria e Giuseppe, le sembra di averlo sempre contemplato. Ha bisogno di tornare a sperare, a pensare di non aver vissuto invano e fare della sua vita una freccia puntata sul futuro di Israele: e ora che vede il bambino non smette di parlare di Lui.
I portatori di speranza sono così, non li fai più tacere, sono troppo protesi al futuro di Dio per sopportare che qualcuno lo ignori, non vi si prepari, non si disponga a orientarsi a Lui. Questo mondo ha bisogno di speranza, di alzare lo sguardo all’oltre che gli affari nascondono, alla redenzione invocata dalle ferite che scavano nel cuore delle persone l’infelicità.
Ha bisogno di guardare al cielo, di sapere che non è vuoto, ma che si porta dentro la presenza di Dio; ha bisogno di un orizzonte più ampio, oltre le cose materiali, oltre le congetture e i tentativi frustrati di una ricerca spasmodica del piacere. Ha bisogno della felicità vera e quel bambino –dice Anna – ne è l’immagine e la certezza.


