La morte: una porta per l’eternità in Dio

Audio del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Audio della riflessione

Nessuna persona c’era quando è iniziato il mondo, nessuno ne ha fatto fotografie e così sarà anche alla fine della storia. Se qualcuno farà fotografie non le vedrà nessuno. Come l’inizio anche la fine non può essere raccontata come frutto di esperienza umana. Il traguardo della nostra storia sarà un magnifico superamento di tutte le fratture e le disavventure della storia umana. Sarà pace ricchissima, che raccoglie tutto il bene perseguito nella vita, e sconfitta definitiva del male, catastrofe che trascina con sé ogni pretesa orgogliosa che ha segnato di lutti e di lacrime la vicenda umana. Si tratta dei cieli nuovi e della terra nuova annunciati dai profeti, come frutto ultimo dell’azione di Dio per l’uomo (Is 11,1-9; 65,1718).

          Nella piena luce di ogni promessa mantenuta in Gesù risorto, Giovanni scrive nell’Apocalisse: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il ‘Dio-con-loro’. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,1-5).

          Allora è possibile sollevare il velo sull’inizio e sulla fine. Non come operazione di curiosità o di sforzo scientifico, che pure ha il suo significato, ma come apertura al dono che abita la storia pur dentro la sua contraddizione. Questa lettura, a cui ci provoca la parola di Dio, ci domanda di non perdere il senso profondo della storia, di non accorciare la speranza, di contribuire ad annodare il filo prezioso della fecondità delle promesse di Dio e del soffio innovativo del suo Spirito.

          Essa consente di godere davvero di ogni passo positivo della persona, senza invaghirsene come d’un privilegio, di invocare il perdono e la bontà nei fallimenti, di non scartare nessun  come indegno ad abitare la vita. Proprio in questa grazia, già oggi accolta e vissuta, proprio nel poter dire per essa grazie a Dio, noi già intuiamo in anticipo, ma realmente, l’accoglienza ultima di Dio e la sua inimmaginabile ricchezza, come misura dell’eternità.

          Se il sapore di ogni vita, di ogni giornata e di ogni impresa è legato alle speranze che nutriamo, è ancora più vero che ogni speranza è tesa al suo compiersi. Le ultime parole della bibbia sono: «Vieni, Signore Gesù» (1Cor 16,22; Ap 22,20). Non è una preghiera che può significare una sorta di desiderio di fuga  ed evasione dal mondo;

Invocare il ritorno del Signore significa vivere il presente non come tempo che sfugge, inesorabilmente sottratto, ma come vita tesa ad affidarsi totalmente al Signore. La memoria della sua umanità e la fedeltà della sua parola e del suo Spirito sono la ricchezza della nostra esistenza; la sua condizione di Risorto è certezza di compimento della vita e di riscatto dalla morte.

          Certo la morte, ogni morte porta inequivocabilmente i tratti della fine. Con essa ogni vita umana viene sottratta alla storia. E tuttavia non si può concludere frettolosamente che essa segni la fine di tutto. Se siamo qui oggi è perché abbiamo una intuizione profonda insopprimibile: chi dà la vita per gli amici non può essere da costoro perduto nel nulla della morte! La bibbia conferma questa nostra aspettativa e ci dice che la morte non può essere l’ultima parola dell’esistenza (Sap 1,13-15). Dio non può abbandonare gli uomini che vivono, sperano, si impegnano perché il mondo prenda il volto della sua bontà e della sua gloria. Proprio nella morte, veniamo accolti dal Dio della vita. La morte si trasforma nel compimento della vita e ne raccoglie i frutti (Sap 3, 1-9). Questo lo ha sperimentato il Signore Gesù risorto e san Paolo dice: Se Cristo è risuscitato dai morti perché qualcuno dice tra voi che non esiste risurrezione dei morti?… Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,12.20).

          Certo, a noi sfugge il come e il quando della risurrezione. Possiamo parlarne solo come riflesso dell’esperienza di Gesù risorto: Dio ci darà un modo di esistenza, nel corpo e nello spirito, per permetterci una piena e gioiosa comunione con lui e con i fratelli, in un mondo che riflette senza ombra il suo disegno.

          Evidentemente questo trapasso della morte nel compimento della vita in Dio non è automatico. Il volto drammatico e oscuro della morte ci fa capire che essa è anche rischio di distruzione, di sconfitta. È il rischio al quale siamo esposti per il male che segna la storia e che fa presa su ciascuno di noi. È il rischio della nostra libertà, che può anche chiudersi alla bontà di Dio e arroccarsi nell’egoismo, fino ad escludere ogni apertura verso gli altri. Allora la morte si tramuta nell’inferno, in una vita che intuiamo insostenibile e insopportabile, proprio perché ha reciso alle radici la sua possibilità di realizzarsi nella comunione piena e gioiosa con Dio.

          La parola di Dio ci consegna questo quadro oscuro della morte non per incutere paura, per indurre ad atteggiamenti servili nei confronti di Dio, ma per avvertirci della serietà della nostra libertà. L’inferno, come triste possibilità della libertà dell’uomo, è paradossalmente l’eco dell’infinito rispetto di Dio per le nostre scelte. La croce di Gesù ci ricorda fino a che punto, fino a quale prezzo, Dio è capace di rispettare la nostra libertà. Le beatitudini che abbiamo proclamato su queste tombe, su questo nostro futuro, ci dicono otto strade che ci portano a questa felicità; poveri, miti, puri di cuore, pacificatori… sono strade di impegno, ma anche di speranza concreta in un futuro con il Signore.

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