Ricorderò il buon pastore

Audio del Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Audio della riflessione

Ricorderò sempre quel mosaico che da ragazzo vedevo spesso in una chiesetta di una casa per incontri spirituali: una fitta siepe di zampe da cui ogni tanto sporgeva una testa di pecora e in mezzo: lui, il buon pastore, una dolce immagine di Gesù.

L’attenzione principale di noi ragazzi era di  contare le zampe e vedere se ad ogni quattro corrispondeva una testa: i conti non tornavano mai: qualche pecora probabilmente non stava attenta e abbassava la testa per farsi i fatti suoi. Ma la cosa più importante erano le parole del predicatore: vedete ragazzi? voi siete come i tasselli di quel mosaico: ciascuno ha il suo posto fissato e assieme agli altri completa questo bel mosaico. Se ne mancasse uno non sarebbe più un bel mosaico. E per coinvolgerci ancora più a fondo continuava: Voi per esempio potreste essere l’unghia di quella pecora laggiù. Pensate che bello! L’unghia di quella pecora laggiù?! Era la mia esclamazione delusa! la mia vita già inscatolata in un destino. Quella sarebbe la mia vocazione fin dall’eternità?!

Ritornavo allora alla faccia di quel buon pastore. No lui non mi condannava a fare l’unghia, mi prendeva sulle spalle, mi aveva rincorso perché me ne ero scappato e mi aveva caricato con amore. Gesù non è un mercenario che vende le sue creature a un cieco destino, la nostra vita è nelle sue mani, sì, ma la accoglie con  la nostra creatività, la ascolta con le nostre petulanze, la rincorre nei nostri colpi di testa, la riscrive con noi in un progetto d’amore.

Noi facciamo fatica a scoprirlo, consumiamo troppo tempo allo specchio credendo di riuscire a guardarci dentro di più, a capirci chi dobbiamo essere; invece basta tendere l’orecchio alla sua voce che chiama, basta sentirla viva nella vita delle persone che incrociamo.  Talvolta sono urla, grida di aiuti; sguardi di disperazione; altre volte sono sentimenti d’amore. Gesù da quando è risorto è nostro contemporaneo e la sua voce chiama e si fa incontrare nella vita, nelle nostre qualità e doti, negli stessi nostri gusti confrontati con la sua parola.