In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
La nostra vita di cristiani è complicata? Che abbiamo di diverso, di specifico nella nostra fede monoteista? Sono domande che ci dobbiamo fare, anche dopo i grandi e meravigliosi dialoghi che ha fatto papa Francesco in Egitto alla fine del mese scoro.
Credere che esiste un Dio è esigenza di buona fetta dell’umanità. 8 uomini su 10 credono nell’esistenza di qualcuno che sta sopra di noi, magari costituito a nostra immagine e non viceversa, ma qualcuno c’è.
Che sia un Padre è il minimo di cui abbiamo bisogno. Il volto e lo sguardo della paternità ci riconcilia con le radici della nostra esistenza, col sentirci sempre figli di qualcuno, con nel cuore la nostalgia di due braccia accoglienti.
Che questo Padre abbia un Figlio e che questo Figlio sia vissuto come noi, abbia un cuore come il nostro, abbia gioito, sofferto, sperato e amato come noi è un salto di qualità per quegli 8/su 10 che credono. La fede in Gesù Cristo figlio di Dio esige che credere in Dio non sia un sentimento troppo vago, una posizione puramente intellettuale, ma qualcosa che ti scomoda la vita: occorre capirci di più, andarci dentro, vedere che cosa ha fatto questo Figlio, che cosa ha detto, come è vissuto che fine ha fatto. Alla persona di Gesù ci si può comunque arrivare, anzi rende la fede meno astratta anche se comincia ad essere esigente. Di Gesù ci facciamo una immagine umanissima; gli abbiamo dato tantissimi volti nell’arte e nella nostra devozione. Il volto della Sindone è una testimonianza quasi fotografica del volto di Gesù.
Ma lo Spirito Santo chi è? Come me lo immagino? Che volto gli do? Non diventa un po’ troppo complicato per la mia fede di uomo pratico? Come faccio a farlo capire ai miei figli? Che cosa ne possono pensare quei giovani così concreti immersi, ma non soffocati nel materialismo? Eppure Gesù è molto preciso. Il Padre vi manderà il Consolatore, lo Spirito Santo: vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto, rifarà nelle vostre coscienze il processo che mi avete fatto davanti al Sinedrio; con questo Spirito rimetterete i peccati.
E’ la nuova presenza di Dio in ogni giorno, è Dio che resta a disposizione e che ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. E’ la luce della nostra fede. Senza luce gli occhi non servono a nulla, hanno la capacità di vedere, esistono le cose da vedere, agli occhi non manca niente, alla realtà non manca la concretezza ma occorre la luce. Ecco: lo Spirito Santo è la luce necessaria all’uomo per conoscere Dio. E’ un dono che resta sempre con noi, è conforto della nostra attesa. È colui che ha dato ad Agapito la forza del martirio e che a in noi cesella la figura di Gesù, ci permette di conformarci a Lui, l’opera più bella e più grande che ci può fare lo Spirito Santo.


